Lambrusco: perché abbiamo smesso di sottovalutarlo
Per anni il Lambrusco ha avuto una cattiva reputazione. Troppo dolce, troppo commerciale, quel vino in bottiglia da un litro e mezzo che finiva sulle tavole dei matrimoni senza che nessuno ci pensasse troppo. Poi qualcosa è cambiato, e oggi chi frequenta le osterie di Modena o Reggio Emilia sa benissimo di cosa parliamo: un bicchiere di Lambrusco secco e frizzante, con quella schiuma viola che svanisce in fretta, è una delle cose più piacevoli che puoi mettere in un calice.
Il punto è capire che il Lambrusco non è uno solo. Sotto questo nome vivono almeno cinque sottovarietà principali — Lambrusco di Sorbara, Grasparossa di Castelvetro, Salamino di Santa Croce, Reggiano e Mantovano — e ognuna racconta qualcosa di diverso. Il Sorbara è il più elegante: leggero, floreale, quasi trasparente nel colore, con una bollicina finissima. Il Grasparossa di Castelvetro è l'opposto: colore scuro, tannini presenti, corpo più pieno. Noi lo preferiamo sulle carni grasse, mentre il Sorbara lo teniamo per i salumi.
La versione secca — cercala sempre quando sei in zona — è quella che ha convinto anche i più scettici. Produttori come Cleto Chiarli o Cavicchioli hanno lavorato molto sulla qualità negli ultimi anni, e oggi su piattaforme come Vino.com trovi selezioni di Lambrusco di Sorbara DOC che niente hanno a che fare con i prodotti anonimi di un tempo. Il formato consigliato? Bottiglia da 75cl, tappo a corona o a gabbietta, da bere fresco tra i 10 e i 12 gradi. Non aspettarlo in cantina: il Lambrusco vuole essere bevuto giovane, entro l'anno o al massimo due dalla vendemmia.
Con cosa abbinarlo è quasi superfluo dirlo se sei emiliano, ma lo diciamo lo stesso: affettati, piadina, crescentine fritte, lasagne al ragù. Il Lambrusco ha acidità e quella leggerezza tannica che pulisce la bocca dopo ogni boccone grasso. È un vino nato per stare a tavola, non per essere ammirato in un bicchiere da degustazione.
Sangiovese di Romagna: il cugino meno famoso del Brunello
Se pensi al Sangiovese, probabilmente la prima immagine che ti viene in mente è la Toscana — Chianti, Brunello, Morellino. Hai ragione, ma fai un torto alla Romagna. Il Sangiovese cresce qui da secoli, sulle colline tra Rimini, Forlì, Cesena e Faenza, e dà vini con un carattere tutto suo: meno austeri di quelli toscani, più immediati e bevibili, senza per questo essere banali.
Il Sangiovese Superiore Riserva — quello con qualche anno di affinamento sulle spalle — è il punto più alto della produzione romagnola. Lo riconosci dal colore rosso rubino con riflessi granato, dal naso che mescola ciliegia matura, tabacco, una punta di cuoio. In bocca è caldo, ha acidità vivace, tannini ben integrati e un finale che dura. Non è un vino da meditazione, ma regge bene un paio d'ore di tavola.
La zona del Sangiovese di Romagna DOC copre un territorio ampio, e le differenze tra un'area e l'altra si sentono. Le colline intorno a Bertinoro, ad esempio, danno vini particolarmente strutturati e longevi — non a caso Bertinoro viene chiamata la «città del vino». I produttori da tenere d'occhio sono Drei Donà, con il loro Pruno che è ormai un classico, e Fattoria Zerbina, che lavora bene sia sulle uve rosse che sulle versioni passito.
Se esplori i vini della Toscana e non hai mai dato una chance al Sangiovese romagnolo, ti stai perdendo qualcosa. Costa meno, si trova con più facilità, e in abbinamento con la piadina romagnola o con un coniglio in porchetta è difficile fare di meglio. Su Svinando trovi spesso selezioni interessanti di produttori piccoli che non circolano molto fuori dalla regione.
Pignoletto: il bianco emiliano che non ti aspetti
Fuori dalla regione quasi nessuno lo conosce. In Emilia, però, il Pignoletto è ovunque: nelle osterie bolognesi, nei chioschetti estivi, nelle famiglie che lo fanno ancora in casa nelle colline sopra Bologna. È un bianco frizzante — o fermo, nella versione più rara — che si beve con la stessa facilità con cui si mangia una fetta di mortadella.
Il vitigno si chiama Grechetto Gentile in molte classificazioni ufficiali, ma in Emilia è e resta Pignoletto. I Colli Bolognesi e i Colli d'Imola sono le zone di elezione, e nel 2011 il Pignoletto ha ottenuto il riconoscimento DOCG per la versione spumante dei Colli Bolognesi — un passaggio che ha dato più credibilità a un vino spesso liquidato come «vino da aperitivo».
Nel bicchiere trovi qualcosa di molto preciso: colore giallo paglierino con riflessi verdolini, bollicina fine e persistente nella versione frizzante, profumi di mela verde, fiori bianchi, una nota erbacea leggera. In bocca è secco, fresco, con una sapidità che lo rende quasi «snackabile» — uno di quei vini che finisci senza accorgertene. La versione ferma, meno comune, ha più corpo e accompagna bene i primi piatti leggeri.
L'abbinamento classico? Tagliere di salumi e formaggi freschi, tortellini in brodo — sì, anche con il brodo funziona meglio di quanto pensi — oppure frittura di pesce se sei sulla costa romagnola. Noi lo consigliamo sempre come alternativa al Prosecco per l'aperitivo: costa simile, ha più personalità, e porta in tavola qualcosa che pochi conoscono. La versione DOCG dei Colli Bolognesi su Vino.com è un buon punto di partenza per capire cosa può fare questo vitigno quando viene trattato con attenzione.
Il territorio: perché l'Emilia e la Romagna sono due mondi diversi
Emilia-Romagna sembra un nome solo, ma sono due anime che convivono — e lo si vede anche nel vino. L'Emilia, da Piacenza a Bologna, è pianura padana, nebbia, salumi, Lambrusco e Pignoletto. La Romagna, da Faenza a Rimini, è collina, Adriatico, piadina, Sangiovese e Albana. Capire questa divisione aiuta a orientarsi quando scegli una bottiglia.
Le colline romagnole — la Romagna vera, quella che sale verso l'Appennino — hanno un microclima ideale per i rossi. Le escursioni termiche tra giorno e notte preservano l'acidità delle uve, il suolo argilloso-calcareo dà struttura e mineralità al Sangiovese. I vini migliori vengono spesso da vigne in altura, tra i 200 e i 400 metri sul livello del mare.
L'Emilia invece è il regno delle bollicine «col fondo» — il metodo ancestrale che prevede la rifermentazione in bottiglia senza sboccatura. Questo stile è quello tradizionale per il Lambrusco di qualità, e chi produce ancora così — pochi, ma appassionati — fa vini con più complessità e un piccolo deposito sul fondo che non è un difetto, ma una firma.
L'Emilia-Romagna non è solo questi tre vitigni. L'Albana di Romagna DOCG — la prima DOCG italiana per un vino bianco, ottenuta nel 1987 — è un passito che merita una serata dedicata. E ci sono piccole produzioni di Barbera, Fortana e Trebbiano che completano un quadro molto più articolato di quanto sembri. Se ti piace esplorare le regioni italiane meno ovvie, questo territorio ti darà molte soddisfazioni, proprio come succede con i vini del Veneto o con le sorprese che riserva il Piemonte fuori dai soliti nomi.
Come scegliere una bottiglia: cosa guardare sull'etichetta
Le denominazioni dell'Emilia-Romagna sono tante e non sempre intuitive. Per orientarsi senza impazzire, bastano poche coordinate. Sul Lambrusco: cerca sempre la denominazione specifica (Sorbara, Grasparossa, Reggiano) invece del generico «Lambrusco Emiliano IGT». Il generico spesso indica produzioni di massa; le denominazioni specifiche garantiscono un minimo di identità territoriale.
Per il Lambrusco secco, la parola chiave in etichetta è «Secco» oppure «Dry» — evidente, ma non sempre scontata se non sei abituato. Molti produttori fanno sia la versione secca che quella amabile, e sullo scaffale possono stare una accanto all'altra. Il livello zuccherino cambia tutto: un Lambrusco amabile con la lasagna fa storcere il naso a chiunque abbia passato anche solo un weekend in Emilia.
Per il Sangiovese di Romagna, la menzione «Superiore» chiede almeno 12,5 gradi alcolici — gli 11,5 sono la soglia del Novello, che è un'altra cosa. La menzione «Riserva» alza ancora: minimo 13 gradi e almeno 24 mesi di invecchiamento, di cui due in bottiglia, contati dal primo dicembre dell'anno di vendemmia. Se vuoi un vino da tenere in cantina qualche anno, cerca la Riserva di una buona annata — 2019 e 2020 sono state ottime in Romagna.
Per il Pignoletto, la distinzione fondamentale è tra la versione DOC Colli Bolognesi e la DOCG Colli Bolognesi Pignoletto. Quest'ultima, nella versione spumante Classico, è prodotta con metodo Charmat e ha un disciplinare più rigido. Non è un vino da invecchiamento, quindi scegli sempre il millesimo più recente disponibile.
Dove comprare e quanto spendere: guida pratica senza fronzoli
I vini dell'Emilia-Romagna sono tra i più accessibili d'Italia. Un Lambrusco di Sorbara di buon livello si trova tra i 7 e i 15 euro. Un Sangiovese Superiore decente parte da 10 euro e arriva intorno ai 20. Il Pignoletto DOCG spumante si trova agevolmente tra gli 8 e i 14 euro. Non stiamo parlando di vini di basso profilo: a questi prezzi il rapporto qualità-prezzo è spesso difficile da battere.
Su Vino.com trovi una selezione ampia di tutte e tre le tipologie, con recensioni utili e la possibilità di filtrare per denominazione. È comodo soprattutto se vuoi confrontare produttori diversi prima di acquistare. Svinando è interessante invece per trovare etichette meno distribuite, spesso di cantine piccole che non hanno una rete commerciale fuori dalla regione — e qui a volte si scoprono gemme a prezzi ancora più onesti.
Se preferisci comprare direttamente, le strade del vino romagnole sono ben organizzate. La Strada dei Vini e dei Sapori dei Colli di Forlì e Cesena, così come la Strada dei Vini di Romagna, portano a cantine che vendono al pubblico, spesso con degustazioni incluse nel prezzo di visita. È un modo per tornare a casa con qualcosa di genuino e magari scoprire un produttore che diventa il tuo riferimento per gli anni a venire.
Per chi vuole esplorare oltre l'Emilia-Romagna, mettere a confronto questi vini con quelli di regioni vicine per carattere può essere utile. I vini della Sicilia, ad esempio, condividono con il Sangiovese romagnolo quella tendenza alla generosità e al calore, pur partendo da vitigni completamente diversi. Il paragone aiuta a capire meglio entrambi.
Domande frequenti
Il Lambrusco dolce e quello secco sono lo stesso vino?
Stesso vitigno, stessa tradizione, risultato molto diverso. Il Lambrusco secco ha residuo zuccherino bassissimo, si abbina ai cibi grassi della cucina emiliana e ha ben poco a che fare con le versioni dolci da supermercato. Se non l'hai mai assaggiato, parti da un Lambrusco di Sorbara secco di un produttore affidabile.
Il Sangiovese di Romagna invecchia bene?
Nella versione Riserva sì, può reggere dai 5 ai 10 anni in cantina. Le versioni base sono invece pensate per essere bevute giovani, entro 3-4 anni dalla vendemmia. Le annate 2019 e 2020 sono considerate particolarmente riuscite in Romagna.
Pignoletto e Grechetto sono lo stesso vitigno?
Quasi. Il Pignoletto è stato identificato geneticamente come Grechetto Gentile, una variante del Grechetto umbro. In Emilia mantiene il nome tradizionale Pignoletto e dà un vino con caratteristiche locali ben precise: più fresco e frizzante rispetto ai Grechetto dell'Umbria.
A che temperatura servire il Lambrusco?
Fresco, tra i 10 e i 12 gradi. Più freddo rischi di perdere i profumi, più caldo perdi la freschezza che è il punto di forza del vino. Mezz'ora in frigorifero prima di aprirlo va benissimo.
Qual è il vino dell'Emilia-Romagna migliore per chi non beve quasi mai vino rosso?
Il Lambrusco di Sorbara secco è probabilmente il punto di ingresso più facile: leggero, frizzante, non tannico, con una leggerezza che non spaventa chi non è abituato ai rossi strutturati. È uno dei pochi vini rossi che puoi servire fresco senza che nessuno protesti.